donne single chat gratis Campioni del mondo. E poi tormammo tutti signor Rossi

Faceva caldo come in questi giorni. Era luglio, come ora. Ma era il 1982: mezza Italia in vacanza - a leggere in spiaggia le cronache sull’ultimo delitto del mostro di Firenze o a tirare un sospiro di sollievo per la fine della guerra tra Inghilterra e Argentina per il possesso delle Falkland -  e mezza al lavoro. Ma tutti, quella sera dell’11, boccheggianti e tesi davanti al televisore, addobbati di bianco rosso e verde. Sandro Pertini, il presidente con la pipa,  era in tribuna accanto a re Juan Carlos e quando all’83° Altobelli segnò il 3-0 alla Germania il suo labiale fu il semaforo verde acceso sull’autostrada della felicità: “Non ci prendono più”. Poco dopo Breitner siglò il gol della bandiera e poi il fischio finale del signor Coelho fece esplodere Nando Martellini: “Campioni del mondo! Campioni del mondo! Campioni del mondo!”. Tre parole semplici che funzionarono da detonatore. Qualche anno dopo il telecronista confessò che ci aveva pensato per tutta la mattinata a cosa dire e a come dirlo se l’Italia avesse vinto. Scrisse e riscrisse le parole che gli sembravano più belle, ma alla fine prevalse lo spirito del giornalista: niente fronzoli, niente frasi fatte, diritto al cuore della questione. Insomma, semplicemente campioni del mondo.
Son passati 35 anni da quella magica sera del Bernabeu, quando l’Italia di Bearzot vinse i campionati del mondo di calcio dopo un  digiuno che durava dal 1938, anno XVI dell’era fascista. Partiti come sempre male, gli azzurri avevano lasciato a terra i brasiliani per umiliare in finale i tedeschi. Cosa volere di più? Nulla. E infatti fu festa per tutta la notte da Aosta a Palermo. Sulla litoranea tra Santa Caterina e Gallipoli era tutto un serpentone immobile di auto e bandiere. E gente in mutande che urlava e ballava e sudava e ballava. Non avevamo un tricolore da sbandierare, perché già alle quattro del pomeriggio tutti i venditori ambulanti avevano esaurito le scorte, e allora prendemmo in prestito da Mimmo una bandiera della Juve con la seconda stella appena cucita. Nessuno era juventino su quella Diane 6 scoperta, ma la festa aveva annientato le divisioni del campionato. Non per tutti, però: nella piazzetta di Santa Caterina un paio di imbecilli  giunsero di corsa, strapparono la bandiera e sparirono nella folla. Ci mettemmo due giorni per trovare il coraggio di tornare da Mimmo e dargli le condoglianze per la fine della bandiera che in dieci anni lo aveva accompagnato negli stadi di mezza Italia e d’Europa.
La mattina dopo i telegiornali mostrarono le immagini della notte di baldoria e fu così che qualcuno cominciò a storcere il naso.  Un simile delirio collettivo gli italiani lo avevano vissuto 37 anni prima , ma quella volta fu per la fine della seconda guerra mondiale. Vuoi mettere con un pallone infilato nella rete e 22 ragazzi  che si inseguono controllati da un tizio vestito di nero e armato di fischietto? Proprio no. Ma questo è un  Paese perennemente alla ricerca di qualcosa da demolire e anche un campionato del mondo vinto con la forza delle gambe (non ai rigori come quello del 2006) e l’intelligenza degli schemi va destrutturato, sezionato, analizzato, elaborato e criticato.
Ci pensò comunque lo stesso Pertini a spegnere ogni polemica. Proprio lui che gli anni della guerra e della Resistenza li aveva conosciuti da protagonista. Forse quel “non ci prendono più” pronunciato nella tribuna del Santiago Bernabeu gli aveva ricordato le stesse parole che lui e Giuseppe Saragat si dissero quando, nel ’43, riuscirono a evadere da Regina Coeli per sfuggire ai nazifascisti che li avevano condannati a morte. Il presidente aspettò la squadra e volle tutti sul suo aereo per un rientro glorioso in  patria, reso meno noioso dalla memorabile partita a scopone con Bearzot, Causio e Zoff.
L’estate azzurra non durò a lungo. Il campionato di calcio di serie A ricominciò il 13 settembre, con i campioni del mondo adeguatamente premiati nei contratti e gli stranieri giunti per la prima volta a rinforzare le squadre, ma il fischio d’inizio arrivò che non era più festa. Il 3 settembre gli italiani si risvegliarono bruscamente dal sogno mondiale e a scuoterli fu il rumore dei  Kalashnikov con i quali a Palermo i killer della mafia trucidarono il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, inviato in Sicilia a fare il prefetto dopo  l’uccisione del segretario regionale del Pci Pio La Torre. Probabilmente gli stessi assassini avevano festeggiato in piazza la vittoria contro la Germania, ma quei giorni di luglio erano già archiviati.
E’ lì che ci si accorse che ben altri  erano e sarebbero stati i campionati da giocare. Nella politica, che da lì a dieci anni avrebbe conosciuto il terremoto di Tangentopoli, nel lavoro, nell’economia, nello studio, nella tecnologia che presto avrebbe cambiato il nostro modo di vivere e di relazionarci. Tutti campionati che  i ”ragazzi dell’82”, quelli che nella notte tra l’11 e il 12 luglio trasformarono il Paese in un’unica immensa piazza in festa, hanno giocato. Qualcuno ha vinto, qualcun altro ha perso, altri hanno vinto  e poi perso o viceversa. Consapevoli, 35 anni dopo, che un campionato del mondo vinto vuol dire semplicemente vincere una partita più degli altri. E che alla fine anche Paolo Rossi torna a essere il signor Rossi.

 
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Mercoledì 12 Luglio 2017 - Ultimo aggiornamento: 13-07-2017 12:40